Mattia Parolin, nove anni, quando lo conobbi ne aveva ancora otto. Occhi castani, capelli dello stesso colore. La faccia è simpatica e sembra di gomma. «Assomiglia a Rubber, il protagonista di One Piece». È stato questo il mio primo pensiero.
Mattia si avvicinò all’Arci Scacchi Bolzano a settembre del 2024, poco più di un anno fa. Come ogni anno avevamo allestito, in occasione della giornata dello sport, uno stand ai prati del Talvera. Uno dei tanti modi per farci conoscere. In passato ne avevamo bisogno, ora non più.
Insegnare il gioco degli scacchi ai ragazzi è un’esperienza gratificante. Non so se lo si fa per passione o per egocentrismo. Io lo faccio e basta. Vederli crescere, diventare più forti giorno dopo giorno, è una sensazione che ti fa sentire vivo. È una sfida, una carica adrenalinica. In un certo senso adotti un ragazzo, ma puoi restituirlo ai genitori biologici quando ti rompono troppo le scatole (per non dire altro).
Quel giorno Mattia sapeva a malapena muovere i pezzi. Era un ragazzino come tanti. Le scacchiere erano sempre occupate. Ne avevamo moltissimi da seguire. Eppure, riconobbi immediatamente in lui del talento. Non sono bravo in tante cose, ma so riconoscere il talento. Lui ne aveva da vendere, ne ero certo. Mattia fu subito stregato dal nobil gioco. Eh sì, qualche volta succede e quando capita, sei fregato. Guardava ipnotizzato quei pezzi muoversi sulla scacchiera, bianchi e neri. Era sveglio, veloce nel pensiero, istintivo, un buon istinto, come quello di un animale che fiuta la sua preda. Muoveva i pezzi con sicurezza. Era sicuro di sé, ma non arrogante. Un po’ sfacciato, ma non maleducato. Troppo viziato, ma non antipatico. Mi piacque subito! Dissi a Giulia, sua madre, che doveva assolutamente venirci a trovare al circolo.
Purtroppo gli orari del calcio corrispondevano proprio a quelli degli scacchi e per qualche settimana ci perdemmo di vista. Io pregai, ma per finta. Non conosco alcuna preghiera. Il miracolo arrivò lo stesso, a ottobre, un mese dopo. La notizia che aspettavo mi balzò addosso. Un’ottima notizia, una stupenda novità. Un grandioso evento inaspettato… Mattia si fece male alla caviglia. Così male che dovette stare fermo per più di un mese. Questo gli diede la possibilità di venire regolarmente al circolo. Arnaldo, Gianni e Federico lo presero per mano, come fanno ogni settimana con tutti i nostri piccoli talenti. Arnaldo lo fa addirittura dagli anni ’80! Quello che prima era una piccola passione si trasformò quasi in un’ossessione, una sana ossessione, ben inteso.
Mamma Giulia cosa fece? Quello che fanno le brave mamme: coltivano le passioni dei propri figli, senza imporgli nulla. Io feci lo stesso, come tutti gli istruttori del nostro circolo. Molti, troppi genitori non comprendono che un bambino talentuoso non va spinto ulteriormente verso il proprio talento. Un genio musicale non va iscritto nella miglior scuola di musica del paese e persuaso a fare solo quello per migliorare ulteriormente. Il talento va lasciato libero. Sarà egli stesso a trovare la via migliore di esprimersi. Noi dobbiamo semplicemente farlo sbocciare in modo naturale.
Mattia venne al circolo regolarmente. Lo chiese lui, e mamma Giulia lo portò. Poi la caviglia guarì e Mattia iniziò a venire al circolo con pantaloncini e scarpe da calcio. Sudato. Al circolo non importa. È aperto a tutti, indipendentemente da dove provieni e chi sei. Tutti hanno un ruolo, tutti possono parlare. Questa è democrazia, questa è inclusione, questo è l´Arci Scacchi Bolzano.
Dopo qualche settimana, mamma Giulia, in accordo con suo figlio, mi chiese di allenare Mattia. Potevo rifiutare? Certamente no. Da lì arrivò la svolta. Ecco le statistiche: una ventina di tornei in giro per l’Italia in poco più di otto mesi. Jugend Prix, regionali, nazionali, Spilimbergo, Chioggia, Trento, Caldaro, solo per nominarne alcuni. Povera Giulia! Negli ultimi due mesi il suo punteggio Elo iniziò rapidamente a salire e raggiunse la categoria di 3N. Migliore U10 nel Jugend Prix, si classifica con facilità al torneo nazionale in Sicilia. Non gli basta. Migliore U12 all’ultimo torneo regionale. Migliore U16 al torneo di Caldaro. Una fame insaziabile. Giulia dovette trovare altro spazio per le coppe e le medaglie. Mattia continua a mostrarmi orgogliosamente quei suoi preziosi oggetti. Li pesa perfino. L’ultima medaglia pesava 21 grammi, così mi disse, mostrando con un sorriso tutti i suoi denti. Sembra averne un centinaio!
A ripensarci ora, sono io ad aver imparato di più da Mattia e non viceversa. Lui mi insegnò ad osservare e a non imporre le mie idee. Non fu lui a seguire me, ma ero io a dover capire la sua direzione. Lui, cocciuto com’è, mi mostra continuamente le sue aperture inventate, io gli dico apertamente che è un’apertura terribile, ma di provare comunque a farla al prossimo torneo. L’apertura Parolin, è così che battezzammo una delle sue invenzioni. Ovviamente venne disintegrata alla prima occasione.
Con il tempo imparai qualcos’altro. Sviluppai un profondo senso di gratitudine. Lasciai alle spalle la rabbia, che da troppo tempo coltivavo, e mi rimisi in gioco. Mattia risvegliò in me la passione negli scacchi. In cambio, iniziai a proteggerlo da quel mondo di matti. Come quella volta, al «Blitz di Santo Stefano», quando E., famosa giocatrice del Richter, gli urlò addosso. Mattia, ancora inesperto all’epoca, sbagliando, disse ai giocatori sulla scacchiera che il tempo era scaduto. Una partita del tutto insignificante. Giocata da due giocatori mediocri. Una di quelle partite che preferisci non vedere. Mattia invece le osservava tutte. Lei si infuriò come una belva con quel bambino di gomma e quando, da lontano, lo vidi piangere, venni assalito da una tale rabbia che di certo non fui un maestro Zen. Eppure, con una certa eleganza e con l’ultimo briciolo di self control, riuscii prima a consolare Mattia con un sorriso rassicurante. Poi ritornai dalla signora E., mi tolsi il sorriso stampato sulla faccia e rischiai di essere bandito a vita dalla scena scacchistica altoatesina. Tutto questo mentre una vecchia mummia impolverata, amico della signora E. o arbitro perditempo, pensando che fossi un novizio, mi spiegava le regole degli scacchi. Una scena surreale.
Chiudo con questo simpatico aneddoto il racconto di Mattia, uno dei molti giovani dell’Arci Scacchi di Bolzano. Anche per lui, come per gli altri, non ho idea quanto durerà l’avventura e dove ci porterà. Non importa. Io mi faccio trasportare.
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